Archivio Dicembre 2008

Rassegna stampa 24 dicembre 2008

Dal manifesto di oggi.


GRECIA, CONTINUA LA PROTESTA DEGLI STUDENTI
Spari contro un furgone della polizia

(n. v.)
Spari contro un furgone della polizia. È successo di nuovo ad Atene, ieri mattina, mentre una squadra antisommossa usciva dalla stazione di polizia del quartiere di Goudi. Alcuni sconosciuti hanno aperto il fuoco, colpendo un pneumatico e il motore, senza che nessun poliziotto all’interno del furgone risultasse però ferito. I colpi sparati sarebbero stati sette e non due, come riportato inizialmente dai media, e nella serata di ieri l’attacco è stato rivendicato da un gruppo denominatosi «Azione popolare». La squadra antiterrorismo ha aperto un’indagine.
L’episodio si inserisce nel clima di rivolta che imperversa ad Atene e in tutta la Grecia da tre settimane, da quando, il sei dicembre, un poliziotto ha ucciso il quindicenne Alexis Grigoropolous durante degli scontri con i gruppi anarchici nel quartiere di Exarchia. Da allora le strade ateniesi sono state attraversate da un costante vento di protesta, che ha portato pacifiche dimostrazioni di dissenso, assemblee, occupazioni, ma anche scontri aperti e saccheggi di negozi del centro. I giovani, studenti e disoccupati, hanno visto nell’episodio l’ultima atrocità siglata da un governo – quello conservatore del premier Costas Karamanlis -, che vede già un forte calo del consenso. In questo clima, gli attacchi rivolti contro i veicoli e il personale di polizia sono stati frequenti, ma quello di ieri a Goudi è il primo in cui sono state impiegate armi da fuoco.
Sempre ieri, una manifestazione studentesca ha nuovamente sfilato per le vie del centro, senza che si verificasse alcun incidente. Il Politecnico, l’università occupata insieme alle facoltà di economia e di legge, aspettava uno sgombero da parte della polizia durante la notte scorsa, che è invece trascorsa tranquillamente. Le occupazioni degli atenei proseguono da 17 giorni, e gli studenti iniziano a sentire il peso di una rivolta così prolungata nel tempo e senza precedenti. Ma gli attivisti si augurano che il movimento prosegua anche nell’anno nuovo.


APPUNTI DI SCUOLA
La verità sull’Italia che Gelmini nasconde
Giuseppe Caliceti
Come si distrugge la scuola pubblica italiana? Primo: distruggendo quello che funziona meglio. Se c’era un ordine scolastico che in Italia andava bene era la scuola elementare italiana. Ma proprio su di lei ha iniziato ad abbattersi la furia finto riformatrice di Gelmini. La conferma di un’ottima scuola di base in Italia arriva dal rapporto Timss 2007 – Trend in international Mathematics and Science study. È l’indagine che misura le competenze in matematica e scienze degli alunni al quarto e all’ottavo anno di scolarità. L’edizione 2007 del Timss riporta i dati relativi agli alunni di 59 paesi distribuiti nei 5 continenti e, per l’Italia, fa il paio con i confortanti risultati di un’altra indagine internazionale: il Pirls 2006 – Progress in international reading literacy study – che indaga sulla comprensione della lettura dei bambini al quarto anno di scolarità. I dati, recentemente diffusi, fanno riflettere non poco. Specie dopo la soppressione annunciata da Gelmini, a partire dal prossimo anno, nella scuola primaria, del cosiddetto «modulo» (tre insegnanti su due classi). Risultati che sono figli più che legittimi proprio del Modulo che, introdotto nel 1990, dal prossimo anno cesserà di esistere lasciando spazio ad un maestro cosiddetto «prevalente» che insegnerà nella stessa classe per 22 ore settimanali lasciando ad un secondo insegnante il completamento dell’orario a 24, 27, 30 o 40 ore settimanali. Rispetto al 2003 i bambini italiani migliorano le loro performance, confermandosi ai primi posti in Europa dove si piazzano all’ottavo posto in matematica e al quarto posto in scienze. Risultato che assume maggiore importanza se si considera che i nostri alunni di quarta elementare, con una età media di 9,8 anni, sono più piccoli dei corrispondenti compagni degli altri paesi: tutti con età superiore a 10 anni. A livello mondiale la concorrenza dei paesi asiatici (Hong Kong, Cina e Singapore ai primi posti) fa scivolare l’Italia al sedicesimo posto in matematica e al decimo posto in scienze, sempre e comunque con un «rendimento significativamente più alto della media internazionale», a quota 500 punti. I bambini italiani prevalgono su quelli svedesi e norvegesi e, in scienze, anche sui compagni tedeschi.
Entrando più nei particolari, il Timss mostra che gli alunni del nord-est italiano sono in assoluto i più bravi. Invece quelli del sud-isole arrancano. Trend opposto per i ragazzini all’ottavo anno di scolarità. Gli alunni che frequentano la terza media in Italia rimediano l’ennesima figuraccia: collocano al di sotto della media internazionale. Dati alla mano, qualsiasi persona dotata di un minimo di buon senso può rendersi conto di una cosa assai semplice da constatare: i bambini italiani escono dalle elementari più che preparati ma, dopo aver frequentato tre anni di scuola media, si ritrovano indietro nella preparazione. Difficile capire che, se proprio si vuole iniziare a parlare seriamente di riforma, bisogna partire dalle scuole medie? Evidentemente sì. Per Gelmini si parte infatti a rovinare la scuola pubblica italiana dalle elementari, l’ordine di scuola che funzionava meglio di tutto il processo formativo italiano. Un ottimo inizio, non c’è che dire. Ma allora di che qualità si parla? Di quale merito? Di quale eccellenza? Semplice: si guardano solo i dati – negativi – che in qualche modo possono giustificare un pesantissimo taglio ai fondi e al personale scolastico italiano della scuola pubblica. Il resto non si guarda. Anzi, a Gelmini probabilmente danno fastidio questi dati che testimoniano inequivocabilmente il buon funzionamento della scuola di base italiana perché mettono il dubbio, in un’opinione pubblica massicciamente pilotata a fini strumentali sul tema scuola da mesi e mesi, che quello che dice Gelmini non ha capo né coda.

 

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Rassegna stampa 19 dicembre

Dal manifesto di oggi.


UNIVERSITA’
Nel nome di Minerva
L’università italiana ha mille difetti. Ma spesso non sono quelli che vengono superficialmente denunciati quasi all’unisono, da destra e da sinistra. Andrebbe curata, ma va soprattutto difesa se non altro perchè il tenore delle critiche che si leggono sui giornali fa sospettare che gli autori degli articoli non ce l’abbiano fatta ad arrivare alla laurea
Umberto Eco
L’università italiana è in crisi, e lo era in anticipo su Wall Street. Ma, mentre sulla crisi economica tutti hanno idee chiare perché sanno quanto hanno perduto o quanto gli manca per finire il mese, sulla crisi dell’università vagano idee imprecise. Nulla di eccezionale, visto che si tratta di argomento specializzato, e nulla da eccepire se al Tre Palle un Soldo che si sta giocando sull’università eccellono coloro che fondano il loro potere sulla diffusione della cultura trash, ma paiono rischiose numerose generalizzazioni che vagano in formazione bipartisan, sia da destra che da sinistra.
Se le idee sono confuse, più confusi ancora saranno i suggerimenti per uscire dalla crisi e, se quanto sta avvenendo intorno all’università italiana avvenisse intorno alle crisi bancarie, dovremmo leggere sui giornali ricette su come ovviare ai crolli in borsa organizzando catene di sant’Antonio o affidando la sorveglianza del mercato a Vanna Marchi.
Un esempio tra tutti, la ventata d’indignazione che ha percorso la stampa all’apprendere che all’Istituto Orientale di Napoli esiste un corso di lingua berbera frequentato da un solo studente. Mi pare che poi qualcuno abbia dimostrato che nei dati ministeriali quel numero uno associato a certi corsi voleva solo dire che non c’erano dati a disposizione, ma non è questo il punto: si dimentica che l’università non è solo il luogo della didattica ma anche quello della ricerca, e che se esiste un istituto dedicato allo studio delle civiltà asiatiche e africane, questo istituto deve avere un insegnamento di lingua berbera anche se non avesse nessun studente. Questo vuole dire che nell’università non ci sono sprechi? Ce ne sono moltissimi, specie nella parcellizzazione degli insegnamenti durante il triennio, ma ecco che se non si capisce dove ci sono e si vanno a cercare altrove la crisi non la risolve nessuno.
Scandalo dei professori nepotisti che mettono mogli figli e amanti in cattedra. Voci false? No, notizie vere, ma tutti sanno che questo avviene per certe materie dove il titolo accademico fa lievitare le parcelle nel corso dell’attività extrauniversitaria, mentre è difficile che un professore di filologia bizantina arricchisca i suoi congiunti facendoli ricercatori in un insegnamento dove al di fuori dello stipendio non ci sono prospettive milionarie. E allora? A Napoli impera la camorra ed è una verità sacrosanta, ma questo non induce a dire che tutti i napoletani (e pertanto anche il nostro presidente della Repubblica) sono camorristi.
Si arriva all’università per cooptazione, e questo scandalizza alcuni («si fanno i loro affari tra loro») come se un professore di analisi matematica potesse essere scelto e nominato dal presidente della corte d’appello, dal comando dei carabinieri o eletto dal popolo. Ma cooptare non vuole necessariamente dire procedere per concorsi dove si finge che vinca il migliore. Prima di tutto perché in numerose discipline è difficile dire chi sia il migliore: si pensi che a un concorso di filosofia del linguaggio può presentarsi un filosofo analitico che ha scritto quattro saggi di semantica formale e un ermeneutico che ha scritto due volumi di cinquecento pagine su Gadamer e – posto che entrambi siano bravi nella loro specialità – è difficile fare una classifica.. Non solo, non è detto che una università abbia sempre bisogno del migliore in campo. Faccio un esempio, tenendo d’occhio quel che accade nelle università americane: si supponga che l’università abbia già due geni di fisica teorica, ottimi direttori di ricerca ma scarsamente interessati alla didattica e che abbia urgente bisogno non di un terzo genio ma di un insegnante di buone capacità che voglia dedicarsi corpo e anima all’insegnamento della fisica teorica alle matricole. Ecco che l’università disegnerà un profilo ed elaborerà criteri di selezione che le permettano di scegliere la persona giusta, al prezzo che è disposta a spendere.
Non voglio insistere sulla mia vecchia proposta che vedo ogni tanto ripresa: una commissione nazionale sceglie ogni due o tre anni quegli studiosi che ritiene idonei (non necessariamente i migliori al mondo, ma coloro che potrebbero dignitosamente insegnare quella materia) e dopo i vari atenei scelgono in quella lista secondo le loro esigenze. Qualcuno aveva a suo tempo obiettato che in una lista di idonei basta che alcuni commissari giochino sporco ed entrano anche dei cretini. E’ possibile, certo, ma in una lista aperta è impossibile escludere i bravi (come invece avviene in molti concorsi) perché per definire qualcuno come non idoneo un commissario dovrebbe impegnarsi in una pubblica e documentata analisi del suo lavoro mettendone in evidenza le pecche – e accettando che il suo giudizio sia a sua volta giudicato e accettato dalla comunità scientifica. Impresa rischiosa, se proprio non si è mossi da forte e scientifica indignazione.
Naturalmente il fatto che un ateneo possa scegliere dalla lista aperta e mettersi in casa il più cretino è sempre presente. Ma, anche senza auspicare l’abolizione del valore legale del titolo, se si diffonde la fama che quell’ateneo arruola solo parenti dei docenti in cattedra, dovrebbe diminuire l’afflusso di studenti (paganti).
Non volendo ricorrere alla lista aperta degli idonei si ricade nella formula concorsuale la quale è sbagliata per definizione e in ogni caso disadatta a controllare e scoraggiare le operazioni mafiose.
Anzitutto la meccanica concorsuale finge di essere fondata sulla valutazione e sulla possibilità di stabilire una gerarchia in termini di eccellenza. Se questo è possibile per alcune discipline scientifiche e in momenti specifici, si è visto che è pura retorica per le scienze umane. Persino l’abbondanza di citazioni è criterio dubbio: se vale, che so, per la cancerologia, dove chi è bravo dovrebbe aver pubblicato qualcosa in inglese, non vale affatto per uno specializzato (magari bravissimo) sul Tommaseo, che per forza di cose avrà pubblicato solo in italiano e pertanto verrà citato solo dai colleghi italiani e al massimo da qualche italianista straniero. Ogni nuova trovata per avere la formula quasi matematica del merito è aperta a contestazioni. So di un dottorato classificato in modo certamente inferiore alle sue qualità perché emergeva che i suoi dottori di ricerca non avevano messo che pochi testi on line; a nessuno era venuto in mente di controllare che tutti quei dottori avevano già pubblicato a stampa la loro tesi, magari presso editori prestigiosi, e che pertanto non potevano mettere on line materiale i cui diritti appartenevano all’editore.
Con criteri del genere è sempre possibile che una commissione di cinque membri che deve scegliere tra cento candidati (accade) possa far passare chi vuole, quando basta che di un candidato A si dica che il suo lavoro è «molto originale» ma di un candidato B si dica che è «notevolmente originale», e A è fuori gioco, anche se nessuno può dire che non sia stato valutato con rispetto. Ma vi sono altre caratteristiche dei concorsi che ingiustamente colpiscono l’immaginazione del laico.
Ad ogni tornata di articoli sui difetti dell’università si cita sempre il caso del solito candidato che consegna al notaio in busta chiusa il nome del futuro vincitore, e ci azzecca. Certamente questa sua capacità profetica denuncia un crimine quando il vincitore è persona di poco merito; ma che cosa significa quando il vincitore sia bravissimo? Se un professore fa il suo mestiere, e cioè si tiene al corrente di quanto viene pubblicato nel suo campo, dovrebbe già conoscere più o meno tutti coloro che si presenteranno al concorso. E non c’è nulla di strano che nell’ambiente, essendo noto un candidato A come bravissimo, corra la voce che, se il concorso viene fatto secondo giustizia, non potrà non vincere. Quindi il prevedere il vincitore può essere segno sia di vizio che di virtù del concorso. E tuttavia la notizia della previsione azzeccata provoca di solito ondate di pubblica indignazione.
Con queste idee abbastanza mitologiche sull’andamento delle cose universitarie è ovvio che anche i progetti di riforma vadano a colpire aspetti secondari del problema lasciando in ombra quelli più drammatici, e spesso peggiorando le cose. Un caso tipico è il progetto di costituire commissioni per sorteggio e non per elezione. Qualsiasi regolamento concorsuale (come d’altra parte ogni legge umana) viene fatta presumendo che gli uomini si comportino per definizione disonestamente (in un mondo di virtuosi le leggi non sarebbero necessarie). Quindi analizziamo le proposte di riforma concorsuale secondo il principio che il docente delinque per definizione.
Se è così in un sistema fondato sul sorteggio si potrà delinquere come prima: tu che sei sorteggiato mi fai il favore di sostenere A, e la prossima volta che saremo sorteggiati io o uno dei miei il favore ti sarà restituito.
Ma c’è di peggio. Come panacea viene ora proposto un sistema che prevede l’elezione da parte dei docenti di tre volte tanto i commissari possibili, dopo di che si procede per sorteggio. Benissimo, tranne che ci sono moltissimo raggruppamenti disciplinari dal numero abbastanza basso di docenti. Pertanto la maggior parte degli eletti (e probabilmente dei sorteggiati) apparterranno a una disciplina affine. Spesso, se il raggruppamento è molto specifico, la disciplina più affine ha poco a che vedere con esso. Ma (sempre partendo dal principio che il commissario di regola delinqua), un commissario sorteggiato, provenendo da disciplina affine, farà vincere un suo discepolo, che solo nominalmente ha competenza nella materia a concorso. D’altra parte anche il commissario può non essere in grado di giudicare con reale competenza candidati del raggruppamento affine. Come conseguenza, dopo il giudizio pronunciato da un incompetente, sarà un altro incompetente a occupare il posto di ricercatore, associato o ordinario. Come contributo al risanamento della didattica e della ricerca, non male.
Ecco qui poche osservazioni (fatte da chi ormai è in pensione e non ha da difendere posizioni di potere, non ha ricercatori, associati o ordinari che portino il suo cognome e francamente in quasi quarantanni di carriera nello stesso dipartimento non ricorda di aver avuto allievi o colleghi che fossero figli di barone) semplicemente per suggerire che, prima di procedere a proposte di riforma, occorre anche difendere un poco l’università italiana. Se non altro perché il tenore delle critiche che si leggono sui giornali è tale da far sospettare che gli autori degli articoli non ce l’abbiano fatta ad arrivare alla laurea.


SCUOLA Maestro unico e riduzione degli indirizzi per licei e istituti tecnici
Tagli per tutti, arrivano i regolamenti della Gelmini
Eleonora Martini
ROMA
Usa toni roboanti la ministra dell’Istruzione Mariastella Gelmini e paragona la sua «riorganizzazione delle scuole per l’infanzia, elementari, medie e superiori» niente meno che alla riforma di Giovanni Gentile del 1923. Ma a ben guardare i regolamenti attuativi del suo piano, approvati ieri dal Consiglio dei ministri, si capisce che la retromarcia a cui il governo era stato costretto dalla massiccia mobilitazione di protesta era solo uno scudo di parole dietro cui nascondere una grossa scure. Tagli su tutto: agli orari, alle discipline, agli organici e agli indirizzi di studio. L’Onda primaria e secondaria, il Pd e i sindacati (Flc-Cgil e Cobas) protestano. Le Regioni pure, tanto da far slittare l’approvazione di un altro regolamento attuativo, quello sulla riorganizzazione dei plessi scolastici prevista nella legge 133.
Nei decreti approvati ieri dal Cdm – che dovranno ora superare l’esame della Conferenza unificata delle regioni, comuni e provincie – viene innanzitutto abolito il modulo alle scuole elementari, ossia il modello didattico che prevedeva la compresenza di più docenti. E il maestro unico (o prevalente che dir si voglia) verrà introdotto obbligatoriamente dal settembre 2009 in tutte le classi e non come precedentemente annunciato solo nella prima elementare. Questo vuol dire, come ha puntualizzato la stessa ministra durante la presentazione di ieri, che tutti i bambini già abituati alle lezioni circolari con più maestre, dall’anno prossimo dovranno accontentarsi della didattica frontale di una sola docente. La scelta delle famiglie si limiterà invece al solo quadro orario: tempo scolastico a 24, 27, 30 o 40 ore. Ma si potrà ottenere il tempo pieno soltanto se l’istituto avrà a disposizione l’organico necessario. I più piccoli invece potranno essere iscritti alla scuola dell’infanzia già a due anni e mezzo e solo per loro sarà garantito il tempo pieno a 40 ore. Mentre alle medie «le due ore della seconda lingua potranno essere utilizzate per corsi di italiano per stranieri».
I decreti approvati ieri riguardano anche i licei e gli istituti tecnici, anche se per le superiori il piano entrerà in vigore dal primo settembre 2010. Secondo il governo «nei licei si passerà da 510 a 9 indirizzi», cosicché agli attuali scientifico, classico e linguistico si aggiungeranno due nuovi licei – scienze umane (le ex magistrali), musicale e coreutica (danza e musica) – e l’ampliamento dell’artistico con tre nuovi indirizzi (figurativo, design e new media). Per gli istituti tecnici il ridimensionamento prevede il passaggio da 204 indirizzi a 11, suddivisi in due macrosettori: economico e tecnologico. In questi istituti, a quanto pare, le imprese avranno più voce dei prof, visto che nel comitato scientifico scolastico potranno entrare «esperti e professionisti del mondo del lavoro». L’ultimo anno, poi, sarà occupato da uno stage in un’azienda. Infine, dal 2011 «i docenti migliori potranno ricevere un premio produttività che potrà arrivare fino a 7 mila euro». Apprezzabile almeno lo sforzo, invece, di moltiplicare il monte ore di inglese rendendolo obbligatorio per tutte le scuole di ogni ordine e grado, e potenziarlo alle medie. Meglio ancora l’idea di insegnare negli istituti tecnici una materia non linguistica in inglese.
Ma per i Cobas, che ieri hanno manifestato davanti a Montecitorio, il piano Gelmini è da bocciare senza appello perché prevede «tagli indiscriminati e modifica la struttura della scuola». La pensa così anche Maria Coscia, responsabile scuola per il Pd, che accusa: «Annunci roboanti per nascondere il taglio del prossimo anno di 42.000 docenti, di cui la gran parte nella scuola elementare». E aggiunge: «Hanno fatto un gran pasticcio: non c’è alcuna coerenza tra il piano programmatico già presentato e i regolamenti varati ieri». Dura condanna anche dal settore Conoscenza della Cgil: «La verità dei testi smaschera le tante bugie spese per raggirare l’opinione pubblica», attacca il segretario Mimmo Pantaleo che mette in luce come i «tagli previsti dalla legge 133 sono tutti confermati e si concentrano da subito sulla scuola primaria, il cui modello pedagogico e didattico fin qui realizzato viene spazzato via, per far posto al maestro unico». Per l’Flc-Cgil, come per la Gilda, non è accettabile che «a pochi giorni dall’impegno assunto dal ministro Gelmini di aprire un tavolo di confronto con i sindacati sui regolamenti applicativi della riforma», siano stati approvati «senza alcun confronto, confermando il metodo arrogante ed autoritario». Ad accusare il governo di mancanza di dialogo c’è però anche il presidente della conferenza delle Regioni, Vasco Errani, che dopo aver rimarcato come il governo abbia «svolto con noi un intervento tecnico preliminare, ma poi le cose non sono andate avanti», ha avvertito l’esecutivo: «Bisogna che ci si intenda su un punto: basta annunci roboanti, è successo già una volta e poi si è tornati indietro. Facendo così non si va da nessuna parte, lo dico nell’interesse della scuola».


PARIGI
Liceali ancora in corteo contro la riforma Darcos

a.m.m
PARIGI.
Erano 127mila, secondo la polizia, i liceali che hanno manifestato ieri in Francia, mentre molti licei – 40 a Parigi – sono bloccati. Per il 17 gennaio, al ritorno delle vacanze, è già convocata un’altra giornata di protesta. Il ministro dell’Educazione nazionale, Xavier Darcos, non solo è stato costretto a sospendere il progetto di riforma del liceo, ma ieri, di fronte alla crescita del malcontento giovanile, ha proposto gli «stati generali» della scuola, per «permettere a tutti i liceali di esprimersi». Darcos assicura: «ripartiremo da zero». Alcune bandiere greche, sventolate accanto agli striscioni delle rivendicazioni francesi, hanno fatto paura al governo di Nicolas Srakozy, che teme un’esplosione sociale.
I liceali non contestano l’idea di riforma, ma sono preocupati dei contenuti. Difatti, Darcos, dopo una diminuzione di 11.200 posti di insegnanti quest’anno, ha in programma un ulteriore taglio di 13.500 cattedre per il prossimo anno scolastico. Darcos ha cercato di rassicuare i liceali – «nessun posto sarà soppreso nei licei» – ma nessuno ci crede. Per Antoine Evernou, alla testa dell’Unl, la principale organizzazione dei liceali, «è impensabile parlare di riforma a fronte dei tagli delle cattedre». I liceali, che hanno preso il testimone della protesta degli studenti universitari, temono una scuola pubblica al risparmio, proprio mentre Sarkozy promette interventi per contrastare le differenze sociali ed etniche, con la nomina di un Commissario alla diversità (l’imprenditore Yazid Sabeg). Ieri, ci sono stati cortei in tutte le grandi città. A Lione, si sono verificati incidenti, auto e cassonetti bruciati e 38 fermi. A Digione è stato interrotto il traffico ferroviario.

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Rassegna stampa 13-18 dicembre

Qualche segnalazione molto selezionata dai giornali di questi giorni.

Riforma, un ritocchino da 120 mln, Il sole 24 ore, 16 dicembre 2008
Scuola, pugno duro della Gelmini, ItaliaOggi, 18 dicembre 2008

E poi due articoli dal manifesto del 13 e del 16.
Ricordiamo che oggi esce un numero speciale del manifesto a 50 € per la campagna «Fateci uscire».


UNIVERSITÀ
L’Onda attraversa la protesta: «Uniamo il fronte contro la crisi»
Giacomo Russo Spena
Lo avevano invocato. E quando è stato proclamato, lo sciopero generale, non hanno potuto che «attraversarlo». Perché, ripetono da tempo, «bisogna mettere in connessione tutte quelle realtà che pagano la crisi». Ieri ci sono riusciti. L’Onda degli studenti torna a mobilitarsi con delle manifestazioni locali, in tutte le principali città: cortei autonomi con tanto di azioni e occupazioni. I numeri sono in realtà inferiori rispetto al passato ed evidenziano un’Onda un po’ in risacca. Eppure i giovani dicono «di aver retto», nonostante la pioggia battente, parlando «di grande giornata d’opposizione sociale».
A Roma la manifestazione più riuscita con con quasi cinquemila studenti che sfidano l’alluvione, partendo dalla Sapienza e «attraversando» sia il corteo dei sindacati di base che quello della Cgil. Portano allegria con le loro canzoni (il camion pompa a ripetizione l’Esercito del surf), balli e colori in una cupa giornata. Ad aprire, lo striscione «Contro tagli, precarietà e privatizzazioni, generalizziamo lo sciopero», subito dietro un enorme telo blu, sorretto da decine di persone, che sventola. Si simula quell’Onda che ha fatto indietreggiare, in parte, la ministra Gelmini. «E’ solo una parziale vittoria» lo slittamento della riforma delle superiori, afferma Luca, «noi vogliamo il ritiro immediato di tutte le leggi di questo governo». Il taglio di un miliardo e mezzo d’euro per l’università infatti rimane. In piazza oltre agli studenti sfila il coordinamento genitori e insegnanti, con la scuola «ribelle» Iqbal Masih che apre lo spezzone. In coda c’è posto per il movimento Action e i Gruppi d’Acquisto Popolari, lì per contrastare il carovita e per far nascere «insieme alle altre specificità un nuovo soggetto sociale capace di autorappresentarsi». Lo striscione che sorreggono è eloquente: «L’opposizione si fa, non si declama». Intanto la pioggia si fa sempre più fitta, ma i manifestanti continuano a mettere pepe alla mobilitazione: i medi occupano uno stabile abbandonato (sgomberato però nel pomeriggio) e il comitato No-TurboGas lancia uova contro la sede della Sorgenia Spa, proprietaria della centrale a carbone di Aprilia. In contemporanea altri attivisti rioccupano l’Horus, centro sociale sgomberato il 21 ottobre scorso. Il corteo finisce, come solito, sotto il ministero dell’Istruzione dove inizia un lungo «assedio sonoro».
Bandiere greche, in ricordo di Alexis (il ragazzo ucciso ad Atene), una commemorazione in piazza Fontana e il lancio di vernice ad una banca caratterizzano invece la manifestazione di Milano che parte dalla stessa piazza dei sindacati autonomi. Dirigendosi poi verso la Statale che viene occupata. Solo poche ore, a causa di tensioni nate tra gli studenti nella gestione. Stessa musica a Bologna, Napoli e Torino. L’alta marea, forse, non c’è più, ma comunque gli studenti continuano a farsi sentire.


FRANCIA.
Bloccata la riforma del liceo
SARKOZY CEDE ALLE PROTESTE

a.m.m.
PARIGI
Sarkozy teme che la Francia diventi come la Grecia e che la protesta dilaghi nella scuola. Il presidente ha obbligato il ministro dell’Educazione nazionale, Xavier Darcos, a rimandare almeno di un anno la prevista riforma del liceo, che sta sollevando numerose contestazioni, sia da parte dei giovani che dei professori e delle famiglie. Difatti, i francesi temono che la riforma sia al ribasso, un modo per adeguare l’insegnamento pubblico ai tagli previsti: 11.200 posti di insegnanti in meno quest’anno e 13.500 il prossimo. Questa diminuzione del numero dei professori non viene però toccata. Per questo, i liceali, malgrado il ritiro momentaneo della riforma, mantengono la giornata di protesta per giovedì. Nelle ultime settimane, le manifestazioni si sono susseguite in Francia. Ci sono stati anche incidenti, soprattutto in Bretagna. Sarkozy ha scelto la prudenza, perché teme che il rifiuto delle modifiche alla scuola faccia da catalizzatore di tutti gli scontenti in un paese in cui la cassa integrazione dilaga. Per il socialista Arnaud Montebourg la Francia è «una pentola a pressione», pronta ad eplodere alla minima scintilla. I sindacati della scuola si sono rallegrati per «il primo passo indietro del governo. Le lotte cominciano a pagare».
La riforma del liceo avrebbe dovuto iniziare con l’anno scolastico 2009: semestri al posto dei trimestri, sistema modulare con concentrazione delle ore su un tronco comune e obbligatorio e solo due possibilità di scelta. Studenti, professori e famiglie contestano una riforma che appare un impoverimento delle possibilità. E l’Eliseo ha spinto Darcos «ad approfondire il lavoro di spiegazione», sperando così di evitare un’esplosione sociale.

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… Lotte di Natale …

Ed eccoci qua, con un’altra settimana (15/20 DICEMBRE) di iniziative.

MARTEDI’ h 16.30 A FISICA (VIA CELORIA 16), AULA D: riunione del coord. città studi con ordine del giorno: discussione interna al coord. di città studi e punto cassa, valutazione delle giornate dell’11 e 12 dicembre, prossime iniziative, interfacoltà di giovedì. + ovvio varie ed eventuali.

MERCOLEDI’ h 17 AD AGRARIA (VIA CELORIA 2): assemblea di città studi (statale e politecnico) e di quanti hanno partecipato all’occupazione di fisica di giovedì (collettivo kaos di bovisa in particolare) con odg: messa in comune e prosecuzione delle discussioni avvenute nei laboratori durante l’occupazione (autoriforma e strategia contro la 133), contenuti da portare all’interfacoltà di giovedì.

MERCOLEDI’ h 18.30 LICEO SERALE GANDHI (PIAZZA 25 APRILE): assemblea (+ corteo?) contro la chiusura dell’unica scuola pubblica serale di Milano.

GIOVEDI’ h 16 ACCADEMIA DI BRERA (VIA FORMENTINI 12): assemblea interfacoltà, di seguito l’appello:

L’ONDA ANOMALA NON SI FERMA:
Giovedì 18 – h.16.00 Assemblea interfacoltà

All’ Accademia delle Belle Arti di Brera giovedì 18 dicembre un appuntamento per rilanciare, con uno sguardo in avanti a partire da gennaio con la riapertura dei corsi, nuove mobilitazioni, per costruire l’università libera determinati a non fermarci fino al ritiro della 133, della 137 e della 180.

L’Onda Anomala non ha nessuna intenzione di fermarsi, e settimana prossima durante l’ iniziativa "Accademia LIbera" alla sede di Brera in S.Carpoforo alle 18.00 assemblea tra le facoltà e le accademie in mobilitazione permanente per discutere a partire dagli scorsi mesi di mobilitazione intensa e continua, le modalità di riapertura delle iniziative da gennaio in avanti: ragionare sull’ autoriforma delle università, a partire dai percorsi di autoformazione, tenendo aperta una forte critica alla didattica, con blocchi della didattica stessa per riappropriarci della formazione; discutere di come aprire una vertenza forte sul welfare attraverso pratiche di conflitto perchè non solo non pagheremo la crisi delle banche ma anzi rivendichiamo reddito; rilanciare i blocchi metropolitani sempre con quello sguardo alle mobilitazioni selvagge contro il CPE che a Parigi pochi anni fa hanno vinto, e alle battaglie che dall’Italia alla Grecia attraversano l’Europa, per fermare, a partire dal Processo di Bologna, la svendita e la privatizzazione delle università.

ABBIAMO COMINCIATO PER NON FERMARCI, CON ALEXIS NEL CUORE

Giovedì 18 dicembre h.16.00 Accademia di Brera – S.Carpoforo, Via Formentini 12

Accademia di Brera in Mobilitazione Permanente

VENERDI’ h 17.30 AD AGRARIA (VIA CELORIA 2): festa di fine anno alla Ciclofficina Ruota Libera, la rivoluzione è anche un pranzo di gala…               (DA CONFERMARE)

 

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Rassegna stampa 10-11 dicembre 2008

Università, intoppo per la Gelmini il governo battuto alla Camera, la Repubblica

La sede di Fisica «occupata» per una notte, Corriere Milano

Scuola, maestro unico "facoltativo", Corriere della sera

Scuola, la riforma slitta al 2010 "Maestro unico solo su richiesta", la Repubblica

Poi, qualche articolo dal manifesto (meravigliosa l’ultima citazione, terribile).


UNIVERSITÀ
Governo battuto sul decreto Gelmini
Il decreto legge Gelmini sull’università inciampa
in commissione Esteri alla Camera: Pd e Idv hanno infatti votato contro
il parere della relatrice Michaela Biancofiore e, in concomitanza con
le numerose assenze nelle file della maggioranza, hanno battuto Lega e
Pdl mandando sotto il governo di un voto (5 contro, 4 a favore). Anche
il sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi era presente alla
riunione e, racconta l’esponente del Pd Paolo Corsini, «ha espresso
preoccupazione per le risorse tagliate al suo ministero per trovare la
copertura al dl. Una posizione riportata anche dalla relatrice nel suo
parere finale». Pd e Idv hanno contestato non solo i tagli, ma anche i
meccanismi dei concorsi e anche le modalità indicate per il rientro di
cervelli dall’estero. «I concorsi con i sorteggi dei commissari
rischiano comunque di favorire i grandi atenei e il loro strapotere:
hanno numericamente più professori – spiega infatti Corsini – e per il
rientro dei cervelli tra i criteri c’è l’equipollenza della struttura
in cui questi lavorano tralasciando il fatto che all’estero si diventa
docenti anche senza concorso in alcuni casi e con modalità ben diverse
da quelle usate qui in Italia».


UNIVERSITÀ LA SAPIENZA
Un’Onda che si aggiunge a metalmeccanici, insegnanti, personale Alitalia
Assemblea a fisica: «Non pagheremo noi la vostra crisi». La precarietà tratto comune tra lavoratori e studenti
Francesco Piccioni
Unità delle lotte, va bene. Ma come? L’assemblea di
fisica, alla Sapienza di Roma, squaderna il problema mettendo a
confronto gli studenti dell’Onda e lavoratori di situazioni molto
diverse, accomunati dalla scadenza dello sciopero generale. Non è la
prima volta.L’onda ha attraversato i cortei del 17 e 30 ottobre
(sindacati di base e Pd) e del 14 novembre (sindacati della scuola).
E
se appaiono più vicine e «leggibili» le esperienze provenienti dal
mondo dell’istruzione, la curiosità diventa acuta quando al tavolo
arrivano mondi apparentemente agli antipodi come i metalmeccanici e il
personale di volo di Alitalia. Questi ultimi, «i privilegiati» – come
riassume ironicamene una hostess e madre – stanno facendo da cavie per
un esperimento che mira a ridisegnare i rapporti tra impresa e «risorse
umane». Racconta scene che stanno avvenendo in queste ore – lavoratori
di terra cui viene notificata la cigs direttamente in ufficio e che non
riescono ad uscire perché nel frattempo viene disattivato il badge;
personale di volo che riceve la comunicazione «via mail» mentre sono in
un altro continente e non riescono a sapere se e quale titolo (con
quale copertura assicurativa) potranno tornare in Italia. Descrive
un’azienda che considera i «carichi familiari» come un handicap. Da
eliminare in pianta organica. Una mutazione che va oltre la «riforma
del modello contrattuale» e travolge l’identità stessa di chi lavora.
Paolo
Maras, steward e coordinatore dell’Sdl, centra invece il tema di fondo
dello sciopero generale. Sgombrando il campo da personalismi e orgogli
di sigla («davanti a un modello che va avanti come un carro armato non
c’è più spazio per divisioni costruite in base alla ricerca della
posizione ‘più giusta’»), perché la lotta deve sapersi misurare sia con
«la prospettiva» che con la necessità di ogni lavoratore di aver
soluzioni vere «qui e ora». E si parla di 9.000 licenziamenti, di «un
disastro aereo». Che richiede, insieme a tutti i settori investiti
dalla crisi, «una risposta generale e collettiva» per iniziare a
«invertire la tendenza».
«Il metalmeccanico» ha il volto di una
ragazza sulla trentina, «il 20% degli operai è donna». Ma il cuore del
legame tra mondo del lavoro e studenti è «la precarietà». Non è una
condizione transitoria: «l’età media dei precari in fabbrica è 35
anni», con uno stipendio che non arriva ai 900 euro (non che gli
assunti a tempo indetermianto stiano molto meglio: salario medio 1.160
euro). Un legame riassunto alla perfezione dalla comune parola d’ordine
(«la vostra crisi non la paghiamo noi»), che «presenta una connotazione
di classe: chi siamo ‘noi’, chi sono i ‘voi’ che ce la scaricano
addosso». Basti pensare alla Commissione Ue che, martedì prossimo,
potrebbe approvare la direttiva che prolunga – tramite «contrattazione
individuale» col padrone! – l’orario di lavoro a 65 ore settimanali. E
questo «mentre si licenzia dappertutto» o, come in Italia, si
«detassano gli straordinari». Squarci inattesi arrivano da un
insegnante Cobas, che rivela lo smantellamento dell’istruzione in
carcere, «da formazione propriamente detta a puro apprendistato».
Un’idea beffarda, «se si hanno alunni con ‘fine pena mai’ o magari 10
anni ancora da fare». Si vede all’opera lo stesso meccanismo che
distrugge la sperimentazione del tempo pieno, iniziata quando il
centrosinistra la trasformò da «modello di scuola qualitativamente
superiore» a «diritto di scelta del cliente». Una logica «manageriale»
che ha abbattuto anche il welfare dei servizi alla persona,
«esternalizzato» a cooperative dove in media il 50% dei soci è
precario. Infine una buona notizia «unitaria»: gli studenti della
Sapienza, il coordinamento scuole «Non rubateci il futuro» e il
movimento insegnanti precari hanno stilato una piattaforma comune per
il 12.


DAL POLITECNICO
«Noi studenti non vogliamo fermarci»
Sabato 6 dicembre Alexandros Grigoropoulos, un
compagno 15enne, è stato ucciso a sangue freddo con un proiettile al
petto da un agente nella zona di Exarchia. Al contrario di quanto
dicono poliziotti e giornalisti, complici del delitto, questo non è
stato un «incidente isolato», ma un’esplosione dello Stato di
repressione che sistematicamente e in maniera organizzata colpisce
coloro che resistono, coloro che si ribellano, gli anarchici e gli
antiautoritari. Questo è il picco del terrorismo di Stato, espresso con
la dottrina della «tolleranza zero», con la viscida propaganda dei
media che criminalizza coloro che stanno lottando contro l’autorità.
La
violenza è parte del più ampio attacco di Stato e padroni contro
l’intera società, al fine di imporre più rigide condizioni di
sfruttamento e oppressione, per consolidare il controllo e la
repressione. Dalla scuola alle università, ai centinaia di lavoratori
morti nei cosiddetti «incidenti sul lavoro» e alla povertà che
abbraccia una larga fascia della popolazione, dai campi minati ai
confini, i pogrom e gli omicidi di migranti e rifugiati ai numerosi
«suicidi» nelle carceri e nelle stazioni di polizia, dagli «spari
accidentali» nei posti di blocco della polizia alla violenta
repressione delle resistenze locali, la Democrazia sta mostrando la sua
ferocia.
In un primo momento, dopo l’uccisione di Alexandros,
manifestazioni spontanee e riots sono esplosi nel centro di Atene, il
Politecnico e le Facoltà di Economia e Diritto sono state occupate e
attacchi contro i simboli dello Stato e del capitalismo hanno avuto
luogo in molti quartieri periferici e nel centro città. Manifestazioni,
attacchi e scontri ci sono state a Salonicco, Patrasso, Volos, Chania e
Heraklion (Creta), a Giannina, Komotini e in molte altre città. Ad
Atene, in Patission street – fuori dal Politecnico e dalla Facoltà di
Economia – gli scontri sono continuati tutta la notte. Fuori dal
Politecnico la polizia ha fatto uso di proiettili di plastica.
Sabato
7 dicembre, centinaia di persone hanno manifestato verso il quartier
generale della polizia ad Atene, attaccando la polizia. Scontri mai
visti si sono diffusi nelle strade del centro città, durati fino a
notte fonda. Molti manifestanti sono feriti ed alcuni sono stati
arrestati.
Noi continuiamo l’occupazione del Politecnico, cominciata
sabato notte, creando uno spazio per tutte le persone che lottano e un
altro presidio permanente della resistenza in città. Nelle barricate,
nelle occupazioni delle università, nelle manifestazioni e nelle
assemblee terremo viva la memoria di Alexandros, ma anche la memoria di
Michalis Kaltezas e di tutti i compagni uccisi dallo Stato, che hanno
dato forza alla lotta per un mondo senza padroni né schiavi, senza
polizia, armi, prigioni e confini. I proiettili degli assassini in
uniforme, l’arresto e le manganellate ai manifestanti, i gas chimici
lanciati dalle forze di polizia non solo non riusciranno a imporci
paura e silenzio, ma diverranno la ragione per sollevarci contro il
terrorismo di Stato, il grido della lotta per la libertà, per
abbandonare la paura e incontrarci – ogni giorno sempre di più – nelle
strade della rivolta.
(gli occupanti del Politecnico di Atene)


VUOTI DI MEMORIA
Grecia classica
Alberto Piccinini
«Più di 100 mila persone hanno manifestato oggi
davanti l’ambasciata degli Usa nel 12esimo anniversario della
repressione della protesta degli studenti del Politecnico nel 1973
durante il regime dei colonnelli. I dimostranti portavano bandiere
rosse e striscioni con slogan come "americani assassini dei popoli",
"Cee e Nato stessa gang", "Capitalismo uguale disoccupazione,
inflazione e austerità"». «La polizia ha ucciso un ragazzo di 15 anni
durante uno scontro avvenuto al termine della manifestazione, dopo la
mezzanotte. Secondo la versione delle forze dell’ordine, Mihailis
Kaltezas è stato ucciso dai colpi d’arma da fuoco sparati da un
funzionario di polizia contro un gruppo di persone che aveva lanciato
alcune bottiglie molotov contro un pullman carico di agenti". La notte
successiva "nuovi e talvolta violenti incidenti sono scoppiati nel
centro di Atene. Anarchici e autonomi, spostandosi in gruppetti, hanno
tentato di raggiungere l’edificio che ospita la direzione della
polizia. Fermati dalle forze dell’ordine, si sono dati allora a azioni
di saccheggio. In particolare hanno rotto a colpi di sbarre di ferro le
vetrine di alcune banche. Poi si sono ritirati nei locali del
Politecnico». (Ansa, 18/19 nov. 1985)

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Iniziativa giovedì 11

  LA CITTA’ CHIUDE…

Milano, capitale economica d’Italia, milioni di persone che durante il giorno si spostano rapidamente e lavorano, producono e consumano.

Milano, capitale anche della paura, del senso di insicurezza, e quindi della diffidenza e dell’egoismo.

Milano capitale dell’ordine e del decoro, bella senz’anima, che non tollera artigiani abusivi agli oh bej oh bej (a costo di perdere il cuore della fiera), che recinta i luoghi pubblici e liberi di ritrovo per i giovani, che chiude gli spazi autogestiti di aggregazione e produzione di iniziative culturali e sociali.

Milano per noi studenti: nessun luogo per studiare la sera (salvo rare eccezioni), pochissimi posti di socializzazione dove non sia necessario spendere per passare il tempo, o dove potere organizzare iniziative.

In questo panorama, è desolante che abbiamo la possibilità di usufruire degli spazi universitari solo durante il giorno, e che dalle 8 in poi gli edifici si svuotino.

Intendiamo porre quello degli spazi per i giovani come problema a chi gestisce la città e l’università, intendiamo per ora cominciare a praticare l’apertura serale dell’università, per garantire un luogo di studio e come punto di aggregazione.

Abbiamo un’idea di università pubblica diversa da chi chiama “riforme” i tagli dei finanziamenti e “fannullone” chi protesta, approfitteremo dell’apertura serale per discuterne e approfondire le proposte concrete per l’università che vogliamo.

Questa è una lotta che possiamo vincere.

L’UNIVERSITA’ APRE!

giovedì 11 dicembre dalle 17.00 alle 24 a Fisica (via Celoria 16)

autogestiamo gli spazi

Programma:

h 17.00: Laboratori su autoriforma dell’università e strategia per far stralciare la 133

  • h 19.30: cena e assemblea (sciopero del giorno dopo, contenuti emersi nei laboratori)

h 22.00 cineforum e musica

dalle 17 alle 24:

  • apertura di SALE STUDIO a disposizione di tutti

  • preparazione di striscioni e coreografie per il corteo… art attack!

  • Attività autogestite dagli studenti. Vuoi proporne una?

Scrivici: retazione@libero.it

– raccolta di coperte, sacchi a pelo, indumenti da distribuire poi ai senzatetto.

Dopo le 24: possibilità di fermarsi a dormire (portate il sacco a pelo!) per partecipare al corteo del giorno dopo, h 8.30 da piazza Leo ( 9.30 Cordusio).

 

Coord. di Città Studi – cittastudi.noblogs.org 

Studenti del politecnico in mobilitazione – polimimob.blogspot.com

 

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Rassegna stampa 6-9 dicembre 2008

Istituto Italiano Tremonti: dove i tagli non colpiscono.
 
Sotto, tre articoli dal manifesto (i primi due da quello del 6, l’ultimo da quello del 9).


UNIVERSITÀ
«Contro la crisi» Onda e Cgil verso il 12 dicembre
Roberto Ciccarelli
ROMA
Dalla crisi non si esce se non rilanciando
l’«economia della conoscenza» e promuovendo nuove forme di «Welfare
diffuso» che siano all’altezza delle trasformazioni del lavoro e
riconoscano i diritti sociali ad un’intera generazione. E’ questo il
risultato della tavola rotonda con Enrico Panini della segreteria
nazionale Cgil, il segretario generale della Flc-Cgil Mimmo Pantaleo e
quello della Cgil-Lazio Claudio di Berardino promossa ieri alla
Sapienza di Roma dai ricercatori precari e dagli studenti dell’Onda per
spiegare le ragioni, e le prospettive, dello sciopero generale del
prossimo 12 dicembre.
Un confronto tra istanze che in passato «ha
avuto momenti difficili», hanno ammesso Panini e Pantaleo, ma che, alla
luce di «un rinnovamento della nostra organizzazione», potrebbe portare
alla luce insospettabili convergenze. Non sono certo mancati gli
accenni critici con i quali Francesco Raparelli, dottorando
all’università di Firenze ha invitato il sindacato «ad una riflessione
critica sulla stagione concertativa durante la quale ha legittimato una
politica del doppio binario tra chi vive nella cittadella del lavoro
garantito e chi vive nella giungla del lavoro precario ed atipico». «Il
sindacato avrà capito – ha aggiunto Giuseppe Allegri, docente a
contratto alla Sapienza – che la precarietà non è nata con questa
crisi. Non è solo quella dei 300 mila che finiscono il contratto a
dicembre. E’ un’intera generazione di padri, madri e figli ad essere
stata investita da un processo che nessuno ha voluto governare. Ci
vuole la continuità di reddito qui e ora. E’ questa l’unica base per
una riforma seria del Welfare».
Una critica che non ha lasciato
indifferenti i dirigenti sindacali i quali hanno riconosciuto
l’esistenza di una «frattura sociale» tra le generazioni entrate negli
ultimi tre lustri nel mercato del lavoro e quelle precedenti che hanno
usufruito dei benefici dello stato sociale del dopoguerra. «Il
sindacato – ha affermato Pantaleo – è stato inadeguato rispetto a
questo processo. Abbiamo subito serie sconfitte. Oggi si rende
necessario da parte nostra un salto culturale che superi la vecchia
impostazione familistica, lavoristica e non universale del Welfare
italiano». Ma per farlo, hanno incalzato dal movimento, «è
insufficiente pensare che l’orizzonte del lavoro a tempo indeterminato
o le stabilizzazioni servano a recuperare una normalità». Può essere la
soluzione per chi è già inserito in un percorso lavorativo specifico,
ed attende l’assunzione, ma non per chi da questo circuito di selezione
sociale è escluso e vive, suo malgrado, nella precarietà. L’invito
rivolto al sindacato da Giovanni Ricco, dottorando in fisica della
Sapienza, è quello di «pensare al superamento della distinzione tra chi
studia e chi fa ricerca, tra chi lavora e chi non lavora. Oggi c’è una
continuità tra queste condizioni che dovrebbe essere garantita a tutti
in maniera incondizionata. La prima cosa da fare è chiedere
l’abolizione di tutte le figure precarie nell’università e
l’introduzione di un contratto unico triennale per i non strutturati».
«È
tra le nostre proposte – ha risposto Panini – rispetto la vostra
battaglia per un reddito di cittadinanza. Penso che sia uno degli
elementi utili per ridisegnare un welfare all’altezza dei tempi». Il
segretario della Cgil ha riconosciuto all’Onda la volontà di non
opporre questa misura, del tutto assente in Italia, unico paese nell’Ue
insieme a Grecia e Ungheria, al compito tradizionale del sindacato,
quello della garanzia e della dignità del lavoro. Il punto è invece un
altro: queste nuove politiche dovranno essere l’anticamera di «uno
straordinario investimento sull’economia della conoscenza in questo
paese». Sembra essere questa la proposta generale che movimento e
sindacato potranno condividere per uscire dalla crisi. «L’idea che non
dobbiamo essere noi a pagare la crisi – ha concluso Panini – e che anzi
proponiamo un modello di società basata su una nuova idea di bene
comune e di valutazione sociale della ricerca dimostra che possiamo
fare insieme un cammino, pur nel rispetto delle nostre differenze».


APPUNTI DI SCUOLA
E ora torneranno anche i fondi tagliati all’istruzione pubblica?
Giuseppe Caliceti
Il governo aveva parlato di tagli alle scuole
cattoliche. È bastata la minaccia di una loro mobilitazione per fargli
cambiare idea nel giro di qualche ora. Niente sit-in. Niente
occupazioni. Niente lezioni all’aperto. Niente striscioni. Niente
scioperi. Niente coordinamenti docenti-genitori. È bastato che la
Chiesa si mostrasse risentita e il governo si è rimangiato le parole
dette ed è tornato prontamente sui suoi passi: i fondi per le scuole
paritarie sono stati immediatamente «ripristinati».
Allora ti fai
delle domande. E i soldi già tagliati dalla Gelmini per le scuole
pubbliche italiane, quelli saranno ripristinati? E quelli che il
governo è in procinto di tagliare ancora all’Università, saranno
ripristinati? Sì, insomma, quei soldi lì. Quelli per la scuola pubblica
italiana. Quelli per cui sono scesi in piazza in questi mesi migliaia
di studenti, genitori, docenti, gente comune – cattolica e non
cattolica. Anche i soldi tolti ai figli di questa gente saranno
ripristinati? Sì? No? E perché? Forse perché l’Onda anomala non è
abbastanza cattolica? O non è abbastanza italiana? O non è ancora
abbastanza privata?
Certo, le critiche al governo da parte della
Conferenza episcopale italiana sono state severe. Ma pare proprio che
qui si spossa parlare dei famosi due pesi e delle famose due misure.
Quasi che in Italia, oggi, ci fossero non solo due pesi, ma proprio due
Paesi. Due tipi diversi di alunni e di studenti. Monsignor Stenco aveva
detto: «Qui si vuole la scuola statale e la scuola commerciale, lo
stato e il mercato, ma non il privato sociale che rappresentiamo noi e
che fa la scuola non per interesse privato, ma per interessi pubblici».

Colpiva che Stenco parlasse di un «privato sociale» e di una scuola
pubblica italiana che avrebbe un «interesse privato» e non «pubblico»;
come se il vero «interesse pubblico» fosse esclusiva e prerogativa
unica delle scuole cattoliche. A ogni modo, proseguendo, Stenco aveva
aggiunto parole che potrebbero essere anche condivisibili: «Non è il
taglio da 130 milioni di euro di adesso che fa scoppiare la scuola
cattolica. Il punto è che sono dieci anni che il finanziamento si è
inceppato. Può una scuola parrocchiale, ad esempio, permettersi ogni
anno una passività di 20,25 mila euro? Il contributo dello Stato serve
a malapena a pagare gli stipendi».
Sante parole, viene da dire. Il
mestiere di Stenco è difendere le scuole parrocchiali e lo fa
egregiamente. Quello che colpisce è questo: il suo grido per difendere
le scuole private cattoliche è lo stesso dei tanti genitori e docenti
che in questi mesi difendono la scuola pubblica. Motivazioni comprese.
I fondi che ora lo Stato impiega nella scuola pubblica non servono
infatti solo a pagare a malapena gli stipendi dei docenti? Ma in questo
caso il governo non torna ancora sui suoi passi. Anzi, la Gelmini si
lamenta proprio di questo: per raschiare il fondo del barile parla del
taglio di 250.000 docenti in tre anni. Motivazione? Rappresentano il
97% dei fondi a sua disposizione. E non lo fa chiedendo più fondi.
Nonostante l’edilizia scolastica in questo Paese sia messa non proprio
bene. Non solo. Niente fondi destinati alla formazione,
all’aggiornamento dei docenti, alla ricerca. Questa è la situazione
degli ultimi dieci anni della scuola pubblica italiana, caro Stenco. Ma
allora, il criterio del taglio indiscriminato sulla pelle dei più
piccoli, dei più giovani, del futuro del nostro Paese, secondo lei, non
è ammissibile per la scuola privata cattolica ma magari lo è per la
scuola pubblica italiana? Per i figli di chi frequenta la scuola
pubblica italiana? Ci sono due pesi e due misure? Ci sono due Paesi?
Non credo.
«Gli aiuti per l’educazione religiosa dei figli», ha
detto Benedetto XVI, «sono un diritto inalienabile». Giusto. Chiediamo
allora a lui e a questo governo: e quelli per il resto dell’educazione?
Cioè per tutto quello che non è educazione religiosa? E l’aiuto per il
resto dei figli? Quelli che magari non si dichiarano cattolici? O che
si dichiarano cattolici ma comunque non frequentano una scuola privata
cattolica ma semplicemente la scuola pubblica italiana? Aiutare anche
questi figli è un diritto alienabile? Di fronte ai figli – i figli di
tutti – esistono forse diritti inalienabili e diritti alienabili?


NO GELMINI
Ma il 12 è stop anche a scuola
Il 12 dicembre si ferma anche la scuola: la
giornata segue allo stop del 30 ottobre, che ha portato in piazza a
Roma centinaia di migliaia di persone. Questa volta il blocco delle
attività didattiche è stato proclamato solo dalla Cgil – senza Cisl e
Uil – mentre un’iniziativa parallela, sempre per il 12, è messa in
campo dai Cobas. Scioperi che si inseriscono nel contesto generale
della protesta contro il governo per le iniziative anti-crisi, ma nelle
scuole è ancora vivo il dibattito contro la riforma Gelmini: tanto che
allo sciopero della Cgil hanno aderito anche i Comitati insegnanti
precari (Cip) e le organizzazioni degli studenti. A spiegare le ragioni
dello sciopero è stato il segretario generale della Flc Cgil, Mimmo
Pantaleo, secondo il quale nel settore dell’istruzione serve «una
svolta radicale», non aggiustamenti a interventi già varati. Piero
Bernocchi, portavoce dei Cobas, ha detto che la protesta è anche contro
«i tagli e la privatizzazione di scuola e università e per chiedere la
cancellazione della legge 133 e della 169, l’ex decreto Gelmini». La
Flc Cgil ha anche avanzato una «proposta alternativa» ai provvedimenti
del governo per la scuola: chiede che si sospenda l’attuazione dei
provvedimenti approvati e si ritirino quelli in itinere; nessun euro
risparmiato deve uscire dal comparto dell’istruzione; il governo deve
predisporre un piano straordinario, pluriennale, con risorse certe, per
la bonifica degli edifici scolastici; il personale precario va
stabilizzato e va ripensato l’orario di lavoro dei docenti; va
salvaguardato il tempo pieno, ridotta la didattica frontale, potenziati
i laboratori, favorita la valutazione; l’obbligo a 16 anni (con
l’obiettivo dei 18) deve essere assolto nel solo sistema di istruzione.

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Rassegna stampa 5 dicembre 2008

Dopo i tanti rinvii parte finalmente il bike sharing, ma le piste ciclabili sono ancora un miraggio
Vogliamo le bici anche in Città Studi!

Invece, dal manifesto di oggi: 


L’ONDA MEDIATICA Intervista al sociologo Adam Arvidsson: «Internet fondamentale per la comunicazione tra gli studenti»
«Il web per il movimento come i tazebao per il maggio francese»
Alessandro Delfanti

Come si fa a disgiungere l’Onda, e più in
generale i movimenti sociali degli anni 2000, dall’uso del web? Sarebbe
come pensare al maggio francese senza i manifesti serigrafati o le
scritte sui muri. Da Indymedia ai blog degli studenti in mobilitazione,
siamo ormai abituati a leggere e produrre notizie e punti di vista, e a
discutere con gli altri su Internet. Nel corso degli ultimi anni
articoli, libri, ricerche sul ruolo della rete nei nuovi movimenti si
sono sprecati. Ma sono i media a determinare i movimenti? Che ruolo
hanno quindi i blog, Facebook, YouTube e gli altri media collaborativi,
cioè quelli che chiunque può produrre gratuitamente dal computer di
casa? Lo abbiamo chiesto ad Adam Arvidsson, un sociologo che da
Copenhagen è arrivato da poco alla Statale di Milano. Arvidsson si
occupa di media digitali e comunicazione ma anche del ruolo dei brand
nella cultura dei consumi.

La protesta corre sulla rete?
I
media che troviamo sul web non sono altro che i media che sono entrati
nella pratica quotidiana della nostra generazione, quindi usare
Facebook non è diverso che usare il telefono: il tempo del feticismo
della rete è passato. Non penso che l’uso di Internet cambi le
dinamiche della protesta. Ovviamente è utile per mobilitare e
diffondere informazioni in modo più efficiente del classico
volantinaggio, ma non causa cambiamenti radicali.

Ci sono anche tentativi di creare brand della protesta. Cosa ne pensi?
C’è
l’esempio di Anna Adamolo (anagramma di Onda anomala, la «ministra
onda» inventata per diffondersi virilmente nella rete:
http://annaadamolo.noblogs.org, ndr), un tentativo di brandizzazione
che non ha avuto grosso successo probabilmente perché l’Onda era già
partita e aveva già attirato l’attenzione dei mass media. San Precario
o Serpica Naro erano tentativi di produrre un brand politico, cioè
creare una comunità di interpretazione prima, che poi poteva creare un
movimento diffuso nella società. Non è facile definire cosa sia un
brand ma forse potremmo dire che è il tentativo di costruire un
movimento virtuale che anticipa un movimento reale. Il brand funziona
quando c’è la necessità di generare una comunità politica, per esempio
un gruppo di lavoratori precari dentro le industrie creative che non ha
un’identità collettiva precostituita. In quel caso il marchio la
costruisce a livello culturale, dopodiché i lavoratori possono
riempirlo di contenuti pratici. Nel caso dell’Onda invece si parte da
un’esperienza vissuta che si fa movimento e si dà un nome.

Il web è strumento dei movimenti sociali o può crearli?
Gli
strumenti della rete sono un media che può essere usato per creare
forme di socialità determinate dagli utenti. Vari media possono dare
luogo a forme di socialità diverse: Facebook crea non solo una rete ma
una rete fatta da conoscenze dormienti che possono essere attivate in
certi momenti. Il media però contribuisce a determinare la socialità
creata comunque dagli utenti. Probabilmente nelle proteste dell’Onda
sono stati molto più importanti i cellulari, che pero vengono visti
come un media vecchio. Eppure diverse ricerche hanno studiato il loro
ruolo, per esempio l’uso degli sms per dirigere manifestazioni. Se ci
pensate, le manifestazioni dell’Onda non sono molto diverse da quelle
del ’77 o del ’68. Le tecniche usate dal movimento sono le stesse, e
questo vuol dire che probabilmente l’infrastruttura mediatica ha avuto
un’influenza molto piccola. Non lo dico per criticare l’Onda, ma solo
per sottolineare che non bisognerebbe rivolgere tutta l’attenzione solo
sul livello mediatico, che forse non è la caratteristica principale di
questo movimento. (www.totem.to)

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Rassegna stampa 4 dicembre 2008

Dal manifesto di oggi.


UNIVERSITÀ
«La ricerca contro la crisi»
La Cgil presenta la sua riforma. In vista dello sciopero generale del 12
Le proposte alternative: fondi all’edilizia, ricambio generazionale

Eleonora Martini
ROMA

 


La formazione come tema centrale dello sciopero
generale indetto da Cgil, Cobas, Cub e Sdl intercategoriale, per il
prossimo 12 dicembre. Perché «è del tutto evidente la relazione tra la
necessità di investire sui sistemi della conoscenza e i modi con cui si
può uscire dalla crisi economica e sociale». Mimmo Pantaleo, segretario
generale della Flc-Cgil, introduce così la grande convention ospitata
ieri nell’aula magna della facoltà di Lettere dell’università Roma Tre
e organizzata dal suo sindacato per presentare alcune proposte concrete
alternative ai tanto contestati provvedimenti governativi su scuola,
università, ricerca e Afam (Alta formazione artistica e musicale). Un
programma di lavoro che prevede «una svolta radicale e non
aggiustamenti a interventi già varati», e che accoglie le istanze
rivendicate nelle piazze dal movimento degli studenti, dei maestri e
dei docenti – prime tra tutte, le grandi manifestazioni della scuola
del 30 ottobre e degli universitari del 14 novembre – ma che è comunque
«una base di partenza da cui aprire una grande campagna di ascolto».
Dialogo, dunque, a trecentosessanta gradi. Ma, come dice a conclusione
dei lavori Fulvio Fammoni, segretario confederale Cgil, «se restano 8
miliardi di tagli, di cosa si vuole dialogare?». Perciò, prima di tutto
l’Flc chiede che venga «sospesa l’attuazione dei provvedimenti
approvati e si ritirino quelli in via di approvazione». Fare carta
straccia dunque della legge 133/08
, del decreto 112, meglio conosciuto
come l’"ammazza precari" di Brunetta, e la legge Gelmini sulla scuola.
Da qui in poi si può cominciare a ragionare, sempre che siano tenuti
ben fermi alcuni capisaldi. Pantaleo li riassume così: ogni euro
risparmiato dislocando meglio le risorse va reinvestito
nell’istruzione; occorre un piano straordinario pluriennale che stanzi
fondi certi sull’edilizia scolastica; bisogna puntare ad un «serio
ricambio generazionale di tutto il corpo docente e non solo nella
prospettiva di stabilizzazione dei precari, ma con l’ampliamento
massimo del turnover». In particolare, per la scuola, «l’idea del
maestro unico è inaccettabile». Anzi, la programmazione didattica
necessita di un «profondo e strutturale cambiamento» che ricollochi
l’istituzione a contatto con la realtà sociale, liberandola da
«nozionismo e burocrazia». Perciò va «salvaguardato il tempo pieno,
ridotta la didattica frontale, potenziati i laboratori e favorita la
valutazione». E come obiettivo da perseguire, l’obbligo scolastico a 18
anni: «Quello fino a 16 anni sia privato degli equivoci che ancora gli
gravano addosso con la riconferma del canale di serie B della
formazione professionale».
Per il sistema universitario invece al
primo punto c’è la salvaguardia della sua natura pubblica, lasciando al
privato «un ruolo di utile integrazione, uno stimolo e una risorsa».
L’abolizione graduale del numero chiuso garantisce il diritto allo
studio universale. Per spalancare poi le porte ai giovani docenti,
servono nuove regole per il reclutamento: un contratto triennale
retribuito, con garanzie sul rapporto di lavoro, al termine del quale
una «valutazione seria della qualità e della produzione scientifica del
candidato dà luogo all’accesso al ruolo di ricercatore». I finti
concorsi per i passaggi di fascia vanno eliminati. Mentre l’Agenzia
nazionale di valutazione
voluta dall’ex ministro Fabio Mussi e mai
avviata, giudicherà la qualità degli atenei per una distribuzione
«giusta» dei fondi. «Perché crediamo – sottolinea Pantaleo – che la
meritocrazia sia effettivamente l’unico riferimento». Ma «un ruolo
forte nella definizione del merito e degli obiettivi deve essere
restituito agli studenti, a chi l’università la vive». Infine, la
ricerca, il cui «Programma nazionale deve diventare uno strumento
essenziale per la definizione del Dpef con l’obiettivo di superare la
frammentazione degli interventi e coordinare le politiche per la
ricerca scientifica e tecnologica, anche per sostenere i progetti
d’innovazione industriale». Vanno istituiti inoltre «uno o più fondi
specifici, distinti da quelli ordinari e alimentati da risorse
aggiuntive».
Con queste proposte, insomma, l’Flc-Cgil risponde a
chi l’accusa di essere il sindacato del no. Alle altre sigle tende
ancora una mano, ponendo sul tavolo tre questioni aperte: contratti,
regolamenti attuativi della legge Gelmini sulla scuola, e riforma di
università e ricerca. «Se riusciamo a trovare una sintesi su questi
punti, bene. Altrimenti – conclude Pantaleo – andremo ai tavoli con le
nostre opinioni e soprattutto proseguiremo il nostro percorso di lotta».

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Sciopero generale 12 dicembre

 

SCIOPERO GENERALE METROPOLITANO

Mesi di mobilitazioni studentesche hanno portato una grande attenzione ai problemi delle università, ma poco è cambiato. Invitiamo pertanto a generalizzare lo sciopero con una giornata di blocco metropolitano totale che spinga il governo ad accogliere le nostre richieste. Inoltre il 12 dicembre è per Milano una data particolare: non dimentichiamo la strage di piazza Fontana, ordita da servizi segreti e gruppi neofascisti nel 1969 con il fine di spaventare e bloccare i movimenti sociali, dando inizio alla strategia del terrore.

In particolare chiediamo:

_l’abrogazione degli articoli 16 e 66 della legge 133 riguardanti i tagli al FFO, il blocco di fatto del turn-over per quanto riguarda personale tecnico e docente e la possibilità di privatizzare gli atenei.
Il governo ha risposto all’onda con la legge 180 che non risolve di fatto nessun problema, ma anzi inserisce criteri di efficienza concorrenziale nella distribuzione dell’FFO. Qualunque riforma deve partire da un aumento dei fondi e non da una loro riduzione. E’ grave il fatto che in Italia l’Università sia finanziata con solo lo 0,7% del PIL contro un’indicazione europea del 3%.

_più soldi per il diritto allo studio, in particolare per il sostegno alle fasce con reddito basso: chiediamo alloggi alla portata di tutti, borse di studio più significative e l’istituzione di un reddito sociale garantito.
Si devono assicurare strutture e servizi funzionali per tutti, non vogliamo numeri chiusi motivati solo dall’inadeguatezza dei finanziamenti.
Vogliamo una didattica di qualità garantita a tutti, adeguatamente valutata, non la frammentazione dei corsi e la proliferazione (per interessi localistici) di sedi universitarie inutili e dequalificate.

_il diritto a una ricerca pubblica libera e di qualità, esente dal ricatto dei finanziamenti privati e della precarietà dei contratti. Vogliamo una gestione più trasparente e partecipativa dei fondi e delle carriere accademiche. Chiediamo l’istituzione di un contratto unico di lavoro non precario adeguatamente retribuito che preveda il rispetto dei diritti dei lavoratori, e la destinazione di un reddito sociale minimo a dottorandi, diversamente strutturati, precari…                                            Opponiamo alla commercializzazione dei risultati della ricerca la libera circolazione e la dimensione pubblica dei saperi.

_un impiego del denaro pubblico volto a evitare che siano le fasce deboli a pagare la crisi, attraverso un’inversione di tendenza rispetto alle politiche di privatizzazione e dismissione dei servizi fondamentali come acqua, istruzione, mobilità, che devono invece essere garantiti.


VENERDI’ 12 DICEMBRE

GENERALIZZIAMO LO SCIOPERO

concentramento di cittastudi h 8.30 piazza Leo

per raggiungere in corteo il concentramento universitario h 9.00 cordusio

studenti del politecnico in mobilitazione – polimimob.blogspot.com

coord. di cittastudi – cittastudi.noblogs.org

 

SE NON CAMBIERA’ BLOCCHEREMO LA CITTA’

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